Potremmo chiamarlo il Vinitaly della beffa: una manifestazione che continua ad essere profittevoli per i produttori, ma che quest’anno è stata penalizzata da un clima di ansia e tensione, smorzate a malapena dalle festicciole, i DJ set e gli aperitivi a suon di bolle e spritz con la Passerina.
Sorrisi forzati e l’amara consapevolezza che quel 20% di maggiorazione può causare un crollo verticale su di un mercato su cui si è puntato molto, forse anche troppo. E la beffa è che la notizia che tutti aspettavamo – ovvero la pausa ai dazi – è arrivata solo alla fine della fiera.
Per una riflessione più articolata sulla situazione del mondo del vino anche al di là dei dazi e sulle possibili soluzioni, vi rimando all’articolo a mia firma pubblicato sul Gambero Rosso proprio durante la fiera (link).
Qui, invece, gli assaggi di vini fenomenali che, nonostante tutto, possono dare un po’ di sollievo:
Cantina Tollo – Terre di Chieti Maiolica 2023
Cominciamo da un rosso leggero anziché da un bianco, basato di un vitigno storico abbondonato nel dopoguerra perché poco produttivo e riscoperto pochi anni fa nell’agro di Ortona. Esattamente agli antipodi rispetto al Montepulciano: scarico di colore, questa versione fa vinificazione con una parte di grappolo intero e affinamento tra anfora e acciaio, senza chiarifica né filtrazione prima dell’imbottigliamento.
Gioca lo stesso campionato dei buoni Beaujolais e affini con il suo profumo semplice, schietto, di bacche e frutti di rovo leggermente canditi, liquirizia e pepe. Il sorso è snello, garbatamente vinoso, con la macerazione semi-carbonica che rafforza la succosità del frutto, tannino leggerissimo e qualche rimando pepato a ravvivare il finale. Perfetto per le colazioni pasquali. 13 euro a scaffale.
90/100

Il Mosnel – Franciacorta QdE Brut 2001
Da un rosso leggero a uno spumante di grande spessore, prodotto da un’azienda che è da sempre un faro in una zona come la Franciacorta dove, ad essere onesti, quasi tutti i vini sono piacevoli, ma spesso mancano incisività e originalità.
Questo è il loro “nec plus ultra”: più di 20 anni sui lieviti, meno di 1000 magnum in commercio ad un prezzo che si aggira intorno ai 300 euro. E il bello è che evita di scimmiottare le cuvée de prestige di altri territori, riaffermando un’identità franciacortina al 200% con i suoi profumi chiari e giovanili: balsamici, di pasticceria secca e frutta estiva con una parte tostata e terziaria sul fondo ancora molto sottile. Ampio, avvolgente, ma senza traccia di ossidazione e proprio per questo in controtendenza rispetto alla maggioranza dei prodotti lungamente affinati di recente lancio, che spesso sono pericolosamente vicini a dei Cognac o dei Marsala con le bolle. Citrino e quasi gessoso in chiusura, ma anche cremoso, ha la stoffa per evolvere bene per altri dieci anni!
95/100
Tonnino – Mediterraneo Sicilia Bianco 2023
Dici bianchi da uve internazionali in Sicilia e la prima cosa che viene in mente sono quasi sempre gli Chardonnay ultra-burrosi e legnosi degli anni 90’. Un preconcetto limitante non solo per il cambiamento stilistico che c’è stato negli ultimi tempi, ma anche perché il panorama ampelografico è molto più variegato di quanto si pensi. Qui siamo davanti a una bizzarra espressione di Chenin Blanc, vitigno della Valle della Loira che si è adattato sorprendentemente bene in vari territori assolati del mondo. In Sicilia lo producono almeno tre aziende e questa per ora è la versione più interessante.
“ Cerchiamo uno stile a metà tra Sud Africa e Loira” spiega Antonio Tonnino, titolare dell’azienda in quel di Alcamo, grande bacino vitivinicolo nell’ovest dell’isola-continente. Il naso è perfettamente varietale: i toni di nocciola e lanolina tipici del vitigno vanno a braccetto con scorzetta d’agrume ed erbe spontanee. Il nome del vino sembra fare riferimento al piglio salmastro della bocca che richiama proprio l’influsso marino. Relativamente semplice, ma molto caratteriale, è un jolly per le serate estive, ma non è detto che non sviluppi più complessità nell’arco di qualche anno.
90/100

La Sorte Cuadra – Silos Valle d’Itria Bianco
Dal padiglione MicroMega Wines, non una, ma quattro annate del bianco più interessante della Puglia: un field blend di Verdeca, Maresco, bianco d’alessano ed altri vitigni minori, coltivati in una singola parcella murata sopra i 400 metri di altitudine in Valle d’Itria.
La 2021 è l’annata più convincente in questo momento: citrina, salina, quasi “rieslinghiana” nei rimandi al cherosene che vanno di pari con un accenno vegetale; la si scambierebbe facilmente per un vino proveniente da zone molto più a nord. La 2022, invece, gioca su di un registro più aromatico ed espansivo: zafferano, uva spina e miele d’acacia danno ampiezza ad un sorso che, però, ha abbastanza verve per rimanere godibile, integro e facilmente spendibile sulla cucina vegetale. La 2023 è frutto di un progetto “solidale”: la produzione della vigna è stata decimata dalla peronospora e alcuni contadini della zona hanno conferito le loro uve per evitare che si saltasse l’annata. Semplice e leggermente erbacea in questa fase, ha bisogno di un po’ di affinamento in bottiglia per distendersi. La 2020 ha raggiunto il suo picco espressivo: ricca di marzapane e crema pasticcera, matura ma non ossidativa, con un accenno di idrocarburo sul fondo che rimanda di nuovo ad altre zone più quotate.
2020 – 91/100
2021 – 93/100
2022 – 91/100
2023 – 90/100
Fonzone – Taurasi Scorzagalline Riserva 2019
Sulla carta l’Aglianico irpino sarebbe uno dei più grandi rossi italiani, ma sono ancora troppe le versioni deludenti: semplicemente eccessive per maturazione ed estrazione tannica o martoriate da affinamenti eterni che non fanno altre che esaltare le imperfezioni.
Ci vuole un enologo di razza per domare il vitigno; per esempio Luca D’Attoma, super-consulente toscano e autore di rossi celeberrimi. Da Fonzone a Paternopoli produce vini di rara compostezza, tecnici ma non impersonali. Come questo Taurasi di punta, profumato di rosa rossa ed officinali, senza terziarizzazioni precoci. Tannico si, possente di sicuro, ma privo di qualsivoglia pesantezza, con un finale che balsamico richiama quasi un amaro erboristico. È un bimbo, ma ha abbastanza equilibrio tra le componenti per essere godibile e facile da abbinare alla cucina di terra da subito.
93/100

Tenuta di Biserno – Colle Mezzano Toscana 2021
Supertuscan si, ma con un’enfasi sulla finezza tutt’altro che scontata”. “ Se Biserno ha la potenza e la struttura di Pauillac, la nostra new entry, Collemezzano, ha la delicatezza e l’energia Margaux” spiega Niccolò Marzichi Lenzi nipote di Piero Antinori e amministratore di questa tenuta di Bibbona che, nell’arco di vent’anni, è diventata una dei nomi di punta della Toscana.
Se il Biserno 2022 evidenzia il calore dell’annata e rappresenta uno stile più classico di vino toscano da uve bordolesi, potente e cremoso, la quota più alta di Franc in questa nuova etichetta, abbinata al millesimo eccezionale, scolpisce un naso di rara freschezza, mentolato e goloso di mirtilli schiacciati e carcadè, con legno avvertibile, ma perfettamente dosato. A metà strada tra mediterraneo e Medoc, la polpa ricca è bilanciata dall’acidità quasi sanguigna e da rimandi di legno di cedro, grafite e ibisco che danno tridimensionalità. L’immediatezza è sempre uno dei punti di forza dei vini di Biserno: eppure non c’è rischio che vada incontro ad un’ossidazione prematura.
95/100








