Il mercato chiede vini sempre più fini e meno opulenti e i produttori di Amarone si adeguano per non morire. Ecco le etichette straordinarie che incarnano uno stile lontano dagli stereotipi del passato.
“ L’Amarone è quanto più simile ci sia allo Champagne”. È l’idea provocatoria che il master of wine Andrea Lonardi lancia dal palco di Amarone Opera Prima. Una maniera molto efficace per sintetizzare il paradosso del più anomalo dei grandi rossi, legato esattamente come il più celebre degli spumanti ad un processo produttivo ancor prima che a un territorio. L’appassimento lo rende inevitabilmente un vino di metodo ed è croce e delizia per chi lo produce: fonte di grande appeal in certi paesi e in alcune fasce di mercato, volano per la Valpolicella nell’epoca in cui l’abbondanza era un valore cardine; un potenziale limite, invece, in un momento di stravolgimento in cui il mondo del vino va in direzione contraria rispetto al passato, premiando tutto ciò che è essenziale, trasparente al luogo e, soprattutto, poco alcolico. Il rischio di pagare l’inversione a caro prezzo è davanti agli occhi di tutti. Eppure i produttori di Amarone sembrano meno pessimisti rispetto ai colleghi di altre zone: di certo possono ancora contare su di un brand forte anche al di fuori della cerchia dei consumatori esperti; ma la vera fonte della loro relativa serenità è la capacità di adattarsi – e reinventarsi all’occorrenza – tipica di chi ha a che fare con processi particolarmente complessi e con un prodotto che, per sua natura, è un eterno work in progress.
L’Amarone non è mai stato un vino fedele a sé stesso: è cambiato tantissimo nel corso degli anni, anche più di Barolo, Brunello e altri competitors chiave. Una strada univoca per renderlo per quanto possibile contemporaneo non esiste, ma in tanti ne stanno cercando una personale. L’accorciamento degli appassimenti, la riduzione del tempo in legno o l’utilizzo di contenitori alternativi, l’aggiustamento del blend per far forza su uve che diano naturalmente più freschezza sono solo alcuni dei metodi menzionati da chi, in quest’occasione, ha presentato vini che guardano al futuro: sicuramente non leggeri, ma più composti ed eleganti rispetto a tanti altri prodotti nell’ultimo ventennio. Prototipi di una terza ondata che viene dopo quella originale e più austera, durata all’incirca dagli anni 50’ ai primi anni 80’, e l’altra modernista e “muscolare” che ha dato il là al boom commerciale dell’Amarone nell’ultimo trentennio.

La buona notizia è che gli Amarone 3.0 non sono pochi. Dei circa 90 vini assaggiati tra en primeur 2020 in sala stampa e banchi, più o meno la metà evidenziano un tentativo di alleggerimento, già messo in mostra da volumi alcolici che oscillano tra i 15 e i 16 gradi, con meno punte sopra quella soglia rispetto a qualche anno fa. Ma ancor più che l’alcol è l’espressione del frutto a fare la differenza: meno legata agli stereotipi dell’appassimento rispetto al passato.
Chiaramente i risultati dello stile “in levare” non sono sempre ottimali: il rischio di tirar fuori vini che, a fronte di una struttura meno piena, sfoggiano scodate amare, vegetali o tannini sbilanciati è dietro l’angolo. Con l’appassimento si concentra tutto, anche i difetti legati a una gestione non impeccabile dell’uva, che magari in passato potevano essere parzialmente camuffati da quel paio di grammi di zucchero residuo in più. Ma i vini “sottrattivi” e già compiuti sono diversi e alcuni appartengono ad aziende di recente fondazione o semi-sconosciute. La 2020 è l’annata dalla quale, al netto dei molti campioni non finiti che devono ancora prendere una direzione precisa, emerge più chiaramente il cambio di passo. Alcuni vini non usciranno prima di 3-4 anni e quindi il cambiamento sul mercato lo si vedrà in maniera graduale. Di certo, però, è un millesimo che, a prescindere dall’andamento climatico a tratti bizzarro, fresco e piovoso in primavera ma poi caldo a luglio e di nuovo fresco a fine stagione, incarna un’evoluzione stilistica su scala sufficientemente ampia per essere ottimisti sugli sviluppi futuri.
L’importanza di dare un nome alle valli
Storicamente la Valpolicella Classica è considerata la zona dove si concentrano i vini più eleganti, mentre quella cosiddetta “allargata” ha fatto spesso forza su di uno stile più potente. Questo principio oramai è vero solo in parte: se da un lato l’area classica è ancora quella in cui i prodotti totalmente fuori scala in termini di concentrazione e alcol sono più rari, dall’altro nei territori minori si trovano tante referenze di vignaioli che hanno intrapreso la strada giusta. Penso per esempio alla Valle di Mezzane, dove c’è un evidente fermento “indie” che va anche oltre l’Amarone e si estende alle altre categorie (Valpolicella Superiore in primis). Forse sarebbe ora di dare la possibilità di riportare i nomi di quelle valli in etichetta per fare capire meglio al solito metodo si può abbinare un’espressione molto specifica di un luogo… un po’ come in Champagne.
I migliori Amarone “new wave”:
Il Monte Caro – Amarone della Valpolicella Fogo 2019
Cominciamo dal vino più “estremo” tra quelli di nuova generazione: da vigna su suoli calcarei in Val di Mezzane, è certificato Vinnatur e fa affinamento solo in acciaio. Ha un profumo appena riduttivo all’esordio e poi elegante di ciliegia candita, pot-pourri, lavanda, con un pizzico di erbe aromatiche a dare brio. Sorprendentemente energico, con un accenno vegetale che smorza il frutto ricco al punto giusto, tannini soffici e un finale pepato che chiama il secondo sorso. Agli amanti dello stile classico potrebbe apparire fin troppo semplice, ma in tavola non lo batte nessuno!
93/100
Contrada Palui – Amarone della Valpolicella 2020
Altro vino sorprendente di una piccola azienda tra Grezzana e Ilasi che ha debuttato nel 2018. Questa è la prima annata in cui parte della massa ha fatto un passaggio in anfora e, per quanto ancora austera al naso, mostra un equilibrio gustativo fuori dal comune, con una sferzata di arancia sanguinella che smorza il solito frutto, scolpendo una progressione di trascinante energia.
94/100
Ca’ Rugate – Amarone della Valpolicella Punta 470 2020
15 gradi alcolici in etichetta e un naso di finezza stupefacente, con un frutto più giallo che rosso spolverato di toni balsamici e speziati. Coerente in bocca: goloso di frutto rosso maturo all’ingresso e poi agile, pepato e garbatamente vegetale, di nuovo floreale nella chiusura notevole per pulizia e scorrevolezza.
94/100
Roccolo Callisto – Amarone della Valpolicella 2017
Altra realtà emergente che si trova a pochi chilometri da Verona e proprio ai margini della zona classica. Qui l’uscita è ritardata di alcuni anni per avere più equilibrio, ma non c’è traccia di evoluzione nel naso, che trasuda freschezza balsamica e floreale. Il tannino appena asciutto svetta sulla polpa fruttata molto misurata, restituendo un sorso tonico, perfetto per bilanciare la succulenza di un bollito veronese con la salsa pearà e con buon potenziale d’invecchiamento.
94/100
Villa della Torre – Amarone della Valpolicella Classico 2020
Il colore del vino di Marilisa Allegrini, affiancata nell’ultimo anno da Andrea Leonardi alla guida dell’azienda, la dice già lunga: trasparente al pari di quello di un grande Nebbiolo. Fa da preludio ad un naso ammaliante in cui la dolcezza della frutta sotto spirito si fonde a toni di acqua di rose, cannella e una parte di erbe officinali che ricorda un Vermouth. Simile per impostazione al palato, con giusto un pelino di rovere da digerire, ma anche frutto integro e acidità guizzante, finale di rara delicatezza: quasi “barolesco”.
95/100
Secondo Marco – Amarone della Valpolicella Classico 2016
Marco Speri ha cominciato a ricercare la “sottrazione” in tempi non sospetti e oggi è il massimo ambasciatore dello stile 3.0. Che il suo Amarone 2016 sarebbe stato grandioso lo avevamo già capito da un assaggio del Valpolicella Classico di pari annata nella scorsa edizione di Vinitaly. E in effetti è un vino fenomenale: profondo e in continuo cambiamento al naso. Non privo di sostanza fruttata, ma con acidità spazzatutto che rende un senso di leggerezza quasi ingannevole. È un bimbo con almeno un ventennio di vita davanti a sé.
95/100
Gli altri Amarone della Valpolicella 2020 da non perdere:
Ca’ La Bionda – Ravazzol Classico Superiore
Corte Saibante – Classico Superiore
Corte Figaretto – Valpantena Brolo del Figaretto
La Collina dei Ciliegi – Classico
Manara – Corte Manara Classico
Monte del Frà – Tenuta Lena di Mezzo Classico








