Abbiamo assaggiato tutti i vini di Bordeaux en primeur ed ecco quali sono i migliori

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È la madre di tutti gli eventi B2B del vino: una settimana in cui migliaia di operatori dal mondo intero si recano nella mecca dell’enologia globale per assaggiare il nuovo millesimo spillato direttamente dalle barrique.

Una rassegna che è alla base di un meccanismo di commercializzazione unico: la vendita dei Bordeaux En Primeur – ovvero con circa due anni di anticipo rispetto all’imbottigliamento – è un sistema win-win che permette agli Chateau di non dover aspettare fino al completamento dell’affinamento per generare flusso di cassa, ai negociant che fanno da intermediari e agli acquirenti finali di spuntare prezzi molto più convenienti rispetto a quelli che i vini avranno sul mercato secondario una volta usciti. L’occasione è ghiotta anche per chi investe in vino: la rinomata longevità dei migliori clarets consente di avere ritorni pari se non superiori a quelli del mercato azionario a chi acquista le bottiglie come “futures” per poi metterle da parte al momento della consegna e rivenderle nel lungo termine.

 

La campagna En Primeur 2024 ha, peró, luogo in un momento abbastanza controverso: l’ annata 2023 arriva dopo l’osannata 2022, che ha causato un balzo verso l’alto dei prezzi, con molti negociant – e loro clienti – che, foraggiati dai punteggi altisonanti della critica, hanno fatto incetta di vino en primeur. Nel frattempo, però, il 2023 si è rivelato un anno complicato per i mercati, tra rallentamento dei consumi e situazione economica precaria a livello globale. Nel nostro tour tra gli Chateau del Medoc ci siamo più volte confrontati con colleghi provenienti da diversi paesi del mondo – e in particolare da nazioni “divoratrici” di Bordeaux come Svizzera, Olanda e Regno Unito – che sarebbero pronti a scommettere su di una riduzione dei prezzi fino al 30% rispetto all’anno scorso. Al momento della scrittura di quest’articolo, Chateau Batailley, prima azienda a partire con la vendita, ha già tagliato il prezzo del 12% e stiamo parlando di una referenza che non ha avuto chissà quale exploit di quotazione negli ultimi anni.

Alle condizioni difficili che tutti gli areali produttivi si trovano ad affrontare si aggiungono i problemi relativi al sistema Bordeaux che, per quanto ancora funzionante ed imitato in tutto il mondo, comincia a mostrare qualche crepa. Uno dei più grossi errori degli Chateau è stato l’aver fatto troppo fede sui grandi mercanti de La Place : “ abbiamo perso il rapporto con una generazione intera di clienti – ci ha spiegato Jean-Philippe Delmas, direttore di Chateau Haut Brion – oggi stiamo cominciando ad accogliere persone e ad intrattenere rapporti con gli acquirenti finali, dotandoci di reparti di marketing  e vendite che possano perlomeno gestire queste relazioni e fare ricerca, anche se il vino non viene venduto direttamente”. La cartina tornasole di tutto questo è la facilità con cui un collezionista o un addetto ai lavori può prenotare una visita in una delle tenute: mentre prima le porte erano sbarrate, oggi bastano credenziali minime per avere accesso e poter degustare le ultime annate a titolo gratuito o pagando un biglietto molto ragionevole.

L’altro problema è quello relativo ad un’immagine che Bordeaux si è creata nella sua epoca d’ oro – quella di Parker, Rolland, dei super-consulenti e dell’internazionalizzazione – e che oggi deve cambiare almeno in parte per venire incontro alle nuove esigenze dei consumatori. C’è una rivoluzione in atto a cui forse non viene data abbastanza attenzione e che passa per la “svolta green” di molte delle tenute più famose: tanto per dire, da Latour la biodinamica è praticata già da qualche anno e nel mezzo della vigna abbiamo trovato un allevamento di cavalli; da Lafite la sperimentazione è in corso su di una parte della proprietà è c’è una ragazza del team che ha appena realizzato una tesi sugli effetti di questa scelta in campo; Da Giscours ci hanno mostrato i filmati pecore e capre che brucano nella vigna e gli stessi animali li abbiamo scorti da lontano tra le vigne certificate bio di Gruaud Larose; in altri casi ci è stato addirittura detto di qualche ettaro di vigna che è stato espiantato per piantare altre colture e ripristinare un po’ di biodiversità. Tutti stanno facendo passi in questa direzione e il fatto che il clima atlantico, umido e piovoso, sia tra i meno adatti al mondo per questo tipo di viticoltura non sembra ostacolare più di tanto una tanto una transizione che – diciamolo – è richiesta a gran voce dal mercato. Del resto, i grandi proprietari di queste tenute hanno i mezzi necessari per sperimentare e per portare avanti progetti ambiziosi; possono contare sulla consulenza dei più  grandi esperti in materia a livello mondiale e hanno anche le spalle grosse per rischiare, testando soluzioni sperimentali come ad esempio il famoso estratto di alghe inventato proprio in zona per combattere peronospora e oidio. 

In cantina, invece, l’approccio “chirurgico” alla vinificazione rimane ancora sovrano: le chais di Bordeaux – e in particolare dei Grand Cru Classè del Medoc – sono spesso simili a laboratori di fisica nucleare per pulizia e presenza di sistemi tecnologici all’avanguardia.  Non si rinuncia per nessun motivo alla reputazione di fucina d’innovazione dell’enologia mondiale e sulla ricerca non si fa nessun passo indietro. Ma molte pratiche che hanno caratterizzato la produzione a cavallo tra anni 90’ e 2000 sono un po’ passate di moda: almeno sulla riva sinistra, micro-ossigenazione, osmosi inversa e diavolerie affini non sono più così frequenti.  Più in generale, le estrazioni sono più leggere rispetto al passato, con meno ricorso a rimontaggi, delestage e altre pratiche che permettevano di avere vini più concentrati ed immediati. Il cambiamento climatico gioca un ruolo importante in questo cambio di passo, ma più in generale, si assiste a una rinuncia alla ricerca spasmodica del vino d’impatto più che di finezza, con poche eccezioni qua e là. 

L’annata 2023

Tutto questo ci porta al resoconto sull’annata che va in vendita in primeur in queste settimane. La 2023 segna un ritorno a uno stile classico per Bordeaux dopo la caldissima 2022, che ha dato vini figli del cambiamento climatico, con tenori alcolici più “mediterranei” che atlantici e Ph piuttosto alti.

La 2023 è stata un’annata anomala nella combinazione di temperature sopra la media e piovosità cospicua. Un po’ come in Italia, la primavera è stata molto grigia e umida, con insorgenze di peronospora che, però, sono state gestite senza troppi problemi. I mesi di giugno e luglio sono stati più asciutti e le buone escursioni termiche tra giorno e notte hanno rallentato un po’ il ciclo della vite. 

Due i momenti cruciali della stagione a detta della maggioranza dei produttori: un’ondata di caldo bollente tra la seconda e la terza decade di Agosto che ha provocato un’accelerazione della maturazione; delle piogge a metà settembre che hanno causato un divario ampio tra la vendemmia del Merlot, decisamente più precoce, e quella del Cabernet Sauvignon, raccolto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, ovvero in linea con le annate antecedenti all’exploit del riscaldamento globale.

Il risultato è che i vini a base Merlot appaiono più ricchi e potenti: un po’ nel solco di altre annate calde degli ultimi anni. Quelli a base Cabernet Sauvignon sono più fini, slanciati, con acidità sostenute e tenori alcolici compresi tra 12.9 e 13.7: rarissimi in questi tempi di grandi stravolgimenti!

A essere onesti, non abbiamo avuto abbastanza tempo per approfondire Pomerol e Saint Emilion quanto avremmo voluto: la settimana canonica non basta più per sondare tutto il sondabile e, per questione di tempo, abbiamo deciso di concentrarci sulla riva sinistra della Gironda.

Qui le denominazioni che hanno fatto meglio sono quelli in cui il Cabernet è da sempre stra-dominante, ovvero Pauillac e Saint Julien. La prima con uno stile più austero e tannico, foriero di grandi performance nel lungo raggio; la seconda con più delicatezza, finezza e bevibilità nell’immediato. Segue a distanza Saint Estephe, la zona più vicina alla bocca dell’estuario, dove le proprietà classificate “Grand Cru” nel 1855 sono di meno e la qualità è generalmente meno omogenea, anche se le migliori espressioni regalano belle soddisfazioni senza costare un occhio della testa.

A Margaux il clima è sempre un po’ più estremo: le piogge di settembre sono state cinque volte più cospicue rispetto a Pauillac e, più in generale, i vini sembrano riflettere condizioni più altalenanti, con una maggiore disomogeneità anche sul fronte stilistico, dovuta in parte all’estensione notevole del vigneto del comune, che supera i 2000 ettari.

Poi c’è il territorio di Pessac-Leognan, che oramai è un enclave agricola nel pieno dell’area metropolitana di Bordeaux e ha un clima tutto suo: un po’ più caldo rispetto alle altre zone nel caso della 2023, con vini ricchi, ma anche abbastanza equilibrati. Il Sauternes, infine, merita un approfondimento a parte e scriveremo qualcosa in merito più avanti.

Le degustazioni

Valutare dei campioni di botte significa sempre dover fare uno sforzo di immaginazione – a meno che non si abbia avuto l’occasione di assaggiare decine di annate vecchie – e non è sempre facile capire quale sarà l’evolzione. In alcuni casi i vini sono già pienamente formati ed evocativi di un potenziale a lunga gittata fenomenale: è il caso soprattutto dei 1er Grand Cru Classè, vini mitologici che già in questa fase embrionale sfoggiano profondità ed equilibrio fenomenali; in altri casi bisogna fare ricorso di all’ arte divinatoria. 

Ma Bordeaux En Primeur è anche l’occasione per rivisitare qualche vecchia annata e rammentare il motivo principale per cui vale ancora la pena di interessarsi ai clarets, ovvero la loro inossidabilitá. Per quanto anche i vini italiani non invecchino bene, trovarne di ancora giocati sul frutto e privi di qualsivoglia accenno terziario dopo 15-20 anni dalla vendemmia è abbastanza difficile. Mentre i migliori Barolo, Brunello e affini evolvono più rapidamente e poi rimangono in un plateau per anni, i Cru Classè del Medoc hanno un percorso più graduale e riescono ad accontentare per un periodo più lungo anche chi non ama i vini maturi. 

LEGGI QUI LE RECENSIONI DI TUTTI I MIGLIORI BORDEAUX DELL’ANNATA 2023 ASSAGGIATI EN PRIMEUR

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