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La presidente FIVI chiede di limitare il potere delle grandi aziende nei consorzi

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Troppo potere a cooperative e colossi da milioni di bottiglie. In alcuni dei più importanti consorzi di tutela italiani i piccoli produttori non hanno nessuna voce in capitolo. E’ quanto sottolineato da Matilde Poggi, presidente FIVI e titolare de Le Fraghe (qui il nostro articolo sull’azienda).

La presidente FIVI ha scritto al sottosegretario Gian Marco Centinaio per chiedere l’intervento delle istituzioni a favore dei piccoli vignaioli indipendenti che, in alcune sedi consortili, vengono letteralmente schiacciati dalle grandi aziende. Il dibattito si è riacceso a causa delle problematiche relative all’elezione del CDA del Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG (fonte: Tigullio Vino). Stando a quanto riferito dal comunicato, sarebbe emersa in quella sede l’intenzione di concentrare il potere nelle mani dei grandi gruppi, che, chiaramente, hanno interessi non compatibili con quelli delle piccole realtà. Il problema – bisogna dirlo – è alla radice: la legge prevede, infatti, l’assegnazione dei voti in base alle quantità prodotte, e non tiene affatto in considerazione la rilevanza qualitativa o l’impegno per il territorio delle aziende più piccole. ” Tale meccanismo ha delle conseguenze inevitabili sull’effettiva rappresentanza all’interno dei Consorzi – sottolinea Matilde Poggi nella lettera inviata all’onorevole Centinaio – Il voto è nelle mani di pochi grandi gruppi e cooperative, che decidono in solitudine le scelte di indirizzo strategico di gestione della denominazione”.

Non è la prima volta che si parla, in questi giorni, delle problematiche relative al modus operandi dei consorzi. Un articolo su Intravino di qualche giorno fa puntava il dito contro un altro grande problema: quello delle commissioni di assaggio, che spesso basano il loro giudizio su parametri desueti, ricercando un’uniformità cromatica e aromatica tipica delle produzioni dei giganti dell’industria vinicola. “Alcune regole della DOC vanno ripensate alla luce della sensibilità di oggi – ha detto Clemens Lageder, celebre produttore altoatesino, in merito al declassamento di uno dei suoi vini di punta – penso per esempio ai colori dei vini, come da indicazione dei disciplinari devono essere sempre perfettamente limpidi, e questo è un invito a usare (e magari abusare) della filtrazione in fase di imbottigliamento, pratica che può anche snaturare un vino. Oppure è possibile produrre un Pinot Grigio da 15 gradi ma non da 11.”

Purtroppo lo scetticismo crescente nei riguardi dell’operato degli organismi dei tutela ha provocato, negli ultimi anni, la “fuga” dalle DOC/DOCG di molte aziende di prim’ordine che, non trovandosi d’ accordo con le politiche dettate dai giganti, hanno deciso di andare per la loro strada (quelli di Anselmi a Soave e Gianfranco Fino a Manduria sono solo due dei tanti casi eclatanti). Ovviamente non è giusto fare di tutta l’erba un fascio: esistono diversi consorzi virtuosi e la sensazione, nel complesso, è che la situazione sia decisamente meno grave nelle denominazioni dove c’è meno sproporzione in termini di volumi tra i “grandi” e i “piccoli”. D’altro canto, però, una revisione dei meccanismi di voto (e non solo) è assolutamente urgente. La legislazione in merito sembra, infatti, ferma agli anni del boom economico, quando la parola d’ordine era “produrre, produrre, produrre”, fregandosene di qualità, cura del territorio e sostenibilità ambientale.

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