L’ annata “britannica” per piovosità e temperature ha scolpito un profilo di nordica soavità: scomodare la Borgogna può sembrare banale, ma è innegabile che qualche punto di raccordo con un grande Vosne Romaneè ci sia. Se non altro per la delicatezza dell’aroma: un profluvio di fiori in appassimento, kir royal, chinotto, erbe officinali e incenso, con giusto un accenno di humus e un lieve tocco ematico. Decisamente meno muscolare del ‘13 e del ‘19: il tannino è carezzevole e il frutto di bosco puro e succoso emerge in tutto il suo splendore, sostenuto da acidità guizzante e balsamicità silvana che rafforza questo senso di leggiadria. Non è il vino “perfetto” perché forse non sarà longevo al pari delle edizioni dalle annate classiche, ma la finezza e la precisione sono a dir poco strabilianti, così come stupefacente è la lunghezza del finale suadente, sussurrato e allo stesso tempo cangiante. Una perla rara, a maggior ragione se si considera che di vini così – per questioni legate al cambiamento climatico – se ne troveranno sempre di meno.









