Unica donna al comando di una delle aziende con il portfolio di vigne più ampio in zona – anche se incomprensibilmente poco considerata dalla critica internazionale – Paola Sordo mi ha proposto una degustazione comparativa di tutti e nove i cru aziendali. Una mini-maratona da cui è emerse una capacità di interpretare le vigne in maniera molto trasparente. E se per i lunghissimi invecchiamenti terrei da parte Gabutti o Monprivato, il vino che berrei adesso è il Ravera, figlio di una vigna che ha tanto hype attorno, ma che solo in tempi recenti ho cominciato a capire meglio. Dà sempre vini quasi anomali per esuberanza aromatica, con una parte esotica e di spezie orientali, abbinata a un frutto generoso e, in questo caso, a toni più scuri e terrosi che scongiurano l’eccessiva “faciloneria”. Il sorso è coerente, apparentemente leggero, in realtà sostanzioso senza peso; anche qui l’acidità della grande annata si fa sentire, ma è perfettamente integrata. Perfetto adesso con lasagne e timballi, ma anche potenzialmente longevo.









