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Vini artigianali per le feste: dieci rossi che mettono d’accordo (quasi) tutti

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Per la seconda tranche del nostro articolo sui vini natalizi, abbiamo deciso di utilizzare la parola “artigianali” anzichè “naturali” e inserire anche quei produttori che non fanno parte della cerchia “vinnaturista”, ma seguono principi analoghi. In fin dei conti, l’obiettivo di questa “greatest hits” è raccontare assaggi di vini da agricoltura biologica o biodinamica, fermentati con lieviti indigeni e non filtrati, che, una volta stappati, mettono d’accordo (quasi) tutti.

Cominciamo:

10. Le Boncie – Toscana Rosso 5 2018

Vini artigianali per le feste: dieci rossi che mettono d'accordo (quasi) tutti

Non si fregia del Gallo Nero, ma, di fatto, il 5 di Giovanna Morganti è uno dei migliori Chianti Classico in circolazione. Cinque sono le varietà che lo compongono: Sangiovese per oltre due terzi, e poi Canaiolo, Colorino, Foglia Tonda e Mammolo. Poco da dire sugli aromi: i classici alloro e lentisco, qualche traccia animale, la solita viola, le immancabili note ferruginose e fuligginose. Tanta freschezza in bocca e tannini mordaci che aiutano a smorzare le grassezze di cannelloni, ravioloni, crespelle salate e via dicendo. Ottimo il rapporto qualità prezzo: per 18-20 euro si porta a casa un vino interlocutorio e d’immensa gradevolezza…

9. Antonio Camillo – Maremma Ciliegiolo Vallerana Alta 2016

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Rimanere in bilico tra fascinosa scapigliatura e disordine aromatico… ci riescono in pochi a giostrarsi su questa fune e tra quei pochi c’è Antonio Camillo con il suo Cru da Vigne vecchie nel cuore della Toscana più selvaggia. Stappato da Eggs a Trastevere, ha svelato un naso esplosivo, boschivo e speziato, animale e tabaccoso, e un sorso dotato d’inaspettata souplesse. E’ il più estroso dei vini in lista, ma di certo non rischia d’annoiarvi…

8. SRC – Rivaggi 2018

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Il paragone Etna-Borgogna è scontato, a tratti noioso. Calza a pennello, però, quando il vino è prodotto da Nerello Mascalese in purezza. Di Borgognone questo Etna senza DOC da vigne sessantenni di “Niuriddu” ha il frutto: lampone, fragolina, cassis. C’è anche una nota d’incenso a rafforzare l’impressione, e uno spunto fumè che fa da corollario alla progressione cadenzata da tannini delicatissimi. Bevuto sotto i 14 gradi per cause di forza maggiore è sceso giù in un battibaleno. Casomai non vi andasse di bere bianco con il pesce della vigilia, un’espressione raffinata de “A’ Muntagna” come questa è un’ottima alternativa…

7. Corte Sant’ Alda – Valpolicella Superiore Mithas 2009


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Può un umile Valpolicella Superiore fare le scarpe a fior di Amaroni? La risposta è si, se l’azienda che lo produce è la biodinamica Corte Sant’Alda. Emerso dal caveau della Banca del Vino di Pollenzo, il Mithis presenta, a undici dalla vendemmia, un naso caldo e confortante: confettura di more, nocciole tostate, oliva al forno, ebanisteria. Fantastico il palato improntato su di un’acidità ancora vibrante che s’interseca con i ritorni fruttati e cioccolatosi. Purtroppo quest’annata qua è pressapoco introvabile, ma le più recenti non sono da meno…

6. Carlo Noro – Cesanese del Piglio Foretano 2018

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Il guru laziale della biodinamica fa vino quasi per sport: agronomo rinomatissimo, dà priorità al suo orto a Labico – quello dal quale attinge lo chef stellato Antonello Colonna – e alle aziende agricole di cui segue la conversione e la gestione del vigneto.   Questo non significa, però, che il Cesanese non gli venga bene: Foretano ‘18 offre un mix ultra-varietale fruttini rossi, concia e note ematiche. Il sorso é semplice, ma trascinante: il frutto sposa la parte sanguigna, il tannino asciuga senza mordere e i ritorni di erbe silvestri, terriccio e lampone delineano un finale soave e fragrante che incita a finire la bottiglia tra l’antipasto e il primo.

5. Perillo – Taurasi 2010

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Un po’ come Sordi definiva Mina a Studio Uno nel ‘66: ‘na fagottata de roba!  … Nello specifico, una “fagottata” di aromi e speziati – coriandolo, cardamomo, pepe di Sarawak – frammisti a mirtillo nero e chinotto, tabacco, cioccolato fondente, e chi più, più ne ne ha metta! … La progressione gustativa non smentisce, ma rinforza: il tannino è grintoso e ben estratto e il finale orientaleggiante verte su ritorni piccanti, d’infusi e – sotto sotto – floreali.  Penso onestamente che Michele Perillo, gigante di Castelfranci, se ne strafreghi delle etichette e delle categorie, ma questo Taurasi da vigne in alta collina, fermentato spontaneamente e affinato per anni in botti grandi, è in tutto e per tutto un grande rosso naturale.

4. Nadia Curto – Barolo Arborina 2015

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L’ ho assaggiato prima a Grandi Langhe, ultimo evento sovraffollato al quale ho partecipato, e poi di nuovo a Settembre. E’ il gioiello di un’ambiziosa vignaiola che possiede parcelle nel Cru reso famoso dal super-modernista Elio Altare. Questa la mia recensione nel report per Vinosano: “un Barolo spiazzante, indomito, sfaccettato. Principia su toni soavi di liquirizia e creme de cassis e si fa via via più scuro, più terroso. All’assaggio non è da meno: entra grintoso e nerboruto; poi si distende, lascia emergere il frutto, il fiore e quello spunto terziario già percepito al naso. Di più non possiamo dire senza stapparne una bottiglia, ma la sensazione è che ci sarebbe molto altro da raccontare...”. Cos’altro aggiungere?

3. Emidio Pepe – Montepulciano d’ Abruzzo 2001

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La visita da Emidio Pepe è stata l’esperienza più controversa che ho fatto nel corso dell’estate passata. I vini mi sono piaciuti parecchio, l’accoglienza un po’ meno… In ogni caso, il Montepulciano 2001 è versione particolarmente riuscita e ancora ruggente di questo grande classico. Il naso è un melting pot di cuoio, tartufo nero erbe officinali, tortino al cioccolato, tamarindo, china ed inchiostro. Il gusto è rilassato, ma ancora reattivo: il tannino felpato fa da spola al frutto e al rimando terragno; un refolo balsamico allunga un finale d’imbarazzante lunghezza e impressionante vivacità. Non è cambiato di una virgola dal primo assaggio nel 2016 (ma il prezzo è lievitato!).

2. Gravner – Breg Rosso 2004

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Dicono che Josko voglia espiantare tutte le uve rosse e produrre solo Ribolla. Se così fosse, sarebbe un peccato, perché il suo Breg Rosso da Pignolo in purezza è veramente fantastico. Stappato da Litro a Monteverde (Roma), tira fuori un profluvio inizialmente sornione e poi più stratificato di prugna e mirtillo nero, spezie scure assortite, cacao amaro, legni balsamici, oliva al forno. Non c’è traccia di terziarizzazione nel sorso, che pare più giovane di dieci anni: il frutto avvolgente, abbondante è ancora centrale e fa leva su tannini fitti, tenaci e su di un’acidità netta, squillante. Difficile trovare in giro altre 2004 così pimpanti…

1. Cappellano – Barolo Pie Rupestris 2013

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Rarissimo, ambitissimo, è aumentato di prezzo in maniera considerevole negli ultimi tempi, ma qualcuno che lo propone a cifre umane c’è ancora: tra tutti, segnalamo la trattoria Da Cesare al Casaletto e Fafiuchè, wine bar pugliese-piemontese in zona Monti a Roma. Prezzo a parte, il Pie Rupestris è un vino di un’eleganza stregante: armonioso, sinuoso, terragno e potente come da canone serralunghiano, ma anche balsamico, floreale, giocato su di un binomio di frutto rosso e acidità ad’arancia sanguinella che fa un po’ Chambertin (quante volte l’ho citata la Borgogna?!). E’ il nostro secondo migliore Barolo dell’anno dopo l’Ester Canale Rosso di Giovanni Rosso, al quale dedicheremo un articolo separato. Se lo stapperete, sarà, nonostante tutto, un Natale da favola…

Articolo scritto congiuntamente da Raffaele Mosca e Pablo R. Frascona. Tutti i vini sono stati assaggiati tra il 1/1/2020 e il 13/12/2020.

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