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Torre dei Beati: i vini pop d’Abruzzo che hanno conquistato mezzo mondo

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Dalla musica classica ai video psichedelici dei nuovi artisti R&B. Dal fascino mistico e monumentale dei vini di Valentini (e Amorotti) alla gaiezza di Bianchi Grilli per la testa, Giocheremo con i fiori, Cocciapazza e il folletto “Mazzamurello” che scorrazza per le vigne. Loreto Aprutino, grand cru d’ Abruzzo, vive questa dicotomia: da un lato una leggenda “inarrivabile” del vino italiano; dall’altro un’azienda più “umana”, più pop, che, però, ha avuto un successo di pubblico e di critica strepitoso.

Parlo, ovviamente, di Torre dei Beati, realtà fondata gestita da Fausto Albanesi, ingegnere pentito, e sua moglie Adriana Galasso. Il nome é già un programma: ci si aggiungono i sopraccitati grilli e folletti e si ha già la trama per un romanzo fantasy. Ma sapete cosa c’è dietro a tutto questo? Be’, è l’ennesimo incontro tra vino e arte: la Torre dei Beati è un’invenzione di un talentuoso pittore anonimo d’epoca medievale, che, nel bel mezzo di un affresco nella collegiata di Santa Maria del Piano a Loreto Aprutino, ha raffigurato una torre dove le anime pie vanno a rifugiarsi nel giorno del Giudizio Universale. 

Insomma, lo storytelling alla base della comunicazione di quest’azienda è sicuramente molto efficace, ma guai a tacciarli di frivolezza! …Dietro l’estetica variopinta, accattivante c’è sostanza e concretezza. Lo avevamo intuito assaggiando questi vini in varie occasioni, e ne abbiamo avuto la conferma nella terza visita a Loreto Aprutino (qui la puntata precedente). 

In vigna

Ci aspettavamo una cantina dal design sbarazzino, e, invece, dopo esserci persi tra le vigne, ci rendiamo conto che Torre dei Beati ha sede proprio nel capannone che al primo giro abbiamo scambiato per una dependance della vicina cantina sociale. Nessuna insegna all’ingresso: solo Fausto che c’accoglie e ci porta subito sotto la pergola per evitare che, in questa bollente giornata di fine Luglio, ci prenda un collasso già di prima mattina.

Coccolati dall’ombra della vecchia pergola di Montepulciano, iniziamo a parlare dell’azienda e del suo fortunato corso. La storia è più o meno quella di tutte le cantine che hanno segnato gli sviluppi del vino del centro Italia nell’ultimo ventennio: marchigiano trapiantato in Abruzzo, Fausto sposa Adriana, figlia di viticoltori loretesi, nei fastosi anni 90’. Inizialmente i due si occupano di tutt’altro: lui è ingegnere e lavora per Finmeccanica. Il vino lo fanno, come sempre da queste parti, per tradizione e per autoconsumo, ma il grosso del raccolto viene conferito alle cantine sociali della zona; poi, però, si accende una miccia: qualcosa li spinge a frequentare un corso per sommelier che li indirizza su di un percorso di vita alternativo. Così iniziano a dedicare sempre più tempo all’azienda, ad investire somme cospicue per ampliare e trasformare la “stanzetta di vinificazione”, fino a quando arriva il momento di lasciare tutto il resto alle spalle e fare “all in”. L’anno è il 1999; quel momento coincide un altro step importante: la decisione di partire con la conversione al biologico in tempi in cui non era affatto di moda.

L’ azienda oggi consta di 25 ettari vitati, di cui venti afferenti al nucleo originale dell’azienda ereditata dal padre di Adriana, e cinque recentemente acquistati in un’altra zona del pescarese, più interna e più alta. “ E’ una scelta dettata dal cambiamento climatico – ci spiega Fausto – si sale di altitudine per avere più acidità. Qui a Loreto le vigne vanno dai 250 ai 320 metri sul mare. Lì a Torre de Passeri, dove ho acquistato i nuovi vigneti, si sfiorano i 500”. La pergola ci dà l’input per parlare di conduzione agronomica – biologica certificata con “buone pratiche agricole come il sovescio” – e della differenza tra i due sistemi di allevamento di Trebbiano e Montepulciano. “ Non c’è un sistema migliore – afferma – la pergola ti permette la massima efficienza fogliare e, come vedete, ripara i grappoli dal caldo, ma dà problemi quando la stagione è molto umida. Il cordone, invece, è più facile da lavorare, mette a bada la vigoria, ma i grappoli risentono di più del calore estivo”.

Siamo ancora in periodo d’invaiatura, ma Fausto guarda alla vendemmia, e ci dice che il Pecorino è già a buon punto. “ E’ sempre il primo a venire giù, ma il tempo di maturazione varia molto di anno in anno. Pensate che nel 2015 l’abbiamo vendemmiato il 26 agosto, nel 2016 a fine settembre!”. Il Montepulciano arriva per ultimo, a ottobre nelle stagioni “classiche”. “ “Abbiamo vigneti di Montepulciano a pergola e a filare, e facciamo una vendemmia scalare con 5/6 passaggi. E’ essenziale per avere parti solide mature.” Due parole sul terroir prima di dirigerci verso la cantina: qui, nella valle della Tavo, siamo esattamente a metà strada tra mare e montagna. Tira sempre vento, piove parecchio e i terreni sono molto argillosi: trattengono l’acqua, e quindi i vini tendono ad essere meno concentrati, meno tannici nel caso dei rossi, rispetto a quelli delle Colline Teramane.

In cantina

La cantina è graziosa nella sua semplicità: la doppia fila di barrique di rinomata tonnellerie francese ci riporta con la mente al fantastico viaggio in Borgogna nel 2018. Romanticismo a parte, andiamo subito al punto e poniamo il quesito immancabile sull’argomento più “hot” del momento. La risposta – dalla quale potete desumere la domanda – è: “ nei bianchi inoculiamo i lieviti selezionati e controlliamo la temperatura; la fermentazione dei rossi, invece, la facciamo partire spontaneamente, e poi in una parte delle vasche aggiungiamo i selezionati, mentre nelle altre lasciamo che termini con gli indigeni”. Devo dire che questo approccio pragmatico è tipico dei biologici della prima ora che non si sono convertiti in seguito al biodinamico/naturale. Penso, per esempio, a Roberto Damonte di Malvirà, che ci ha detto più o meno la stessa cosa.

Sfioriamo un tasto dolente prima di andare a degustare nel patio: il mercato, che ovviamente si è fermato nei mesi di marzo e aprile. “ Stiamo ripartendo con i bianchi nel mercato italiano. L’ export, invece, fatica parecchio. Comunque nei mesi del lockdown siamo arrivati a perdere anche il 90% del fatturato.”

Devo per forza spendere due parole sul packaging che, come ho detto in apertura, è uno dei punti di forza di quest’azienda. Non che a Loreto si tenda all’appiattimento: guardate le etichette di Ciavolich, Amorotti e lo stesso Valentini, e vi renderete conto che d’impersonale c’è veramente poco. Quelle di Fausto e Adriano, però, sono tra le più “centrate” che io conosca, perché catturano l’attenzione senza essere eccessive, caricaturali, come lo sono, per esempio, quelle di certi produttori naturali. I nomi, poi, evocano spensieratezza, allegria solo a pronunciarli: pensi “a Mazzamurello e Cocciapazza con i bianchi grilli per la testa che giocano con i fiori” e comincia già a farsi strada quel senso di “bonheur” che ogni vino, importante o disimpegnato che sia, dovrebbe sempre instillare nell’animo di chi lo assaggia.

Gli assaggi

Abruzzo Pecorino Giocheremo con i Fiori 2019

Il piccolino di casa: non fa legno ed esce prima dei “Bianchi Grilli”. E’ spensierato come il nome suggerisce, ma non effimero: spazia proprio tra fiori freschi, un tratto esotico e un tocco di fieno. Il sorso è coerente, lineare: scorre fluido e chiude su toni salini che sanno di riviera, di pranzi in bermuda e di linguine ai frutti di mare.

88/100

Abruzzo Pecorino Bianchi Grilli per la Testa 2018

Raro caso di Pecorino affinato in legno che non perde completamente i suoi connotati classici. Dell’uva ha il classico tratto vegetale, un’idea di erbe officinali, ma gli spigoli sono smussati da toni burrosi, “boisè”, che in bocca vengono bilanciati dalla giusta acidità e da un adeguato apporto minerale. Da accoppiare a un risotto con l’ oro rosso di Navelli.

89/100

Trebbiano d’ Abruzzo “Bianchi per la testa” 2018

Solo Trebbiano abruzzese – guai anche solo a nominarlo il toscano! – da vigne a guyot con resa di 50 hl/ettaro. Una parte della massa (circa il 30%) passa in tonneau di acacia e il resto rimane sulle fecce per quasi un anno. Freddo di frigo, appena stappato, tira già fuori un naso espansivo, nitido, giocato su toni sfiziosi di zeste di limone e mais tostato, erbe officinali, una punta di miele e un tratto di pietra focaia. E’ cremoso e allo stesso tempo tonico: mette al centro la spinta agrumata, un ritorno varietale d’oliva in salamoia, e a corredo la parte fruttata – pesca, pera – che rimpolpa la chiosa precisa, dinamica.

91/100

Cerasuolo d’ Abruzzo Rosa-ae 2018

E’ sempre stato uno dei Rosati più centrati d’ Abruzzo e d’Italia. Quest’annata in particolare esordisce con uno sbuffo di origano e pomodorino – pizzaiola?! – e poi vira su ribes acidulo, peonia, un cenno di ruggine. Non è di certo il Rosatino da sbicchierata spenseriata: evidenzia una certa polpa, un guizzo di tannino, un ritorno piccante e una frecciata d’ agrume rosso che chiama l’abbinamento con prosciutto – di Torano preferibilmente – e mortadella di Campotosto. A me il Rosato piace così, carico e goloso, ma so che al momento lo stile provenzale va più di moda…

91/100

Montepulciano d’ Abruzzo 2018

Dodici mesi in botti non nuove per il rosso “base” della casa, che, fresco di recente rilascio, esibisce una veste impenetrabile da succo di mirtillo e oscilla tra visciola e melagrana, cioccolato, caffè e una parvenza di carne grigliata. In bocca è ritmato da un tannino scalpitante, leggermente asciugante, che contrappesa il frutto morbido, avvolgente e s’eclissa nel finale su ricordi di china e cacao. E’ vino “de core” più che di cervello, ma riesce a rendere idilliaca l’immagine di una brace ardente anche nel periodo più afoso dell’estate.

87/100

Montepulciano d’ Abruzzo Cocciapazza 2017

Terra bagnata, carrube, inchiostro, prugna e “scrucchiata” (confettura d’uva), liquirizia e pepe nero. Insomma, il decalogo classico del rosso d’Abruzzo. Il sorso è ricco e sinuoso: spazia tra caffè e vaniglia, menta e un accenno floreale che illeggiadrisce, e poi china, inchiostro, di nuovo il frutto ad allungare il finale morbido. E’ l’archetipo del Montepulciano di questa zona: goloso, coccolone, sincero e caratterizzante, un po’ “cocciapazza” e un po’ nonno saggio.

90/100

Montepulciano d’ Abruzzo Mazzamurello 2017

Meno immediato e allo stesso più elegante: dipana progressivamente aromi di yogurt ai mirtilli ed erbe di montagna, grafite, fondo di caffè, resina e viola essiccata. Sfodera uno sviluppo di grande souplesse, con la traccia del legno che fa da cornice e non prevarica, la trama tannica a fare da sostegno, e prugna, mora e arancia sanguinella a siglare un finale lungo e d’estrema piacevolezza. Uno dei tre/quattro Montepulciano che porterei su di un’isola deserta.

93/100

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