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Sancerre Akmènine di Riffault: un vino (naturale) che va oltre il terroir

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Ero indeciso. Non sapevo onestamente se raccontare un’esperienza culinaria altalenante o una bevuta trascendentale. Alla fine ho scelto la seconda opzione, perché il vero protagonista della serata da Acquasanta, ristorante di pesce molto glamour nel quartiere Testaccio, è stato questo Sancerre da capogiro.

Non fraintendetemi: la cena è andata benino, ma, al momento, il servizio di questo locale giovane è migliorabile e non tutti i piatti convincono ugualmente.

Il vino, invece, non poteva essere meglio di cosí. Sono spesso critico nei confronti del catalogo Triple A, perché penso che negli ultimi anni abbia incamerato diverse etichette non proprio impeccabili sul fronte della pulizia aromatica. In questo caso, però, c’è veramente poco da dire: il profluvio di albicocca e polvere pirica, zafferano, miele millefiori, gelatina di pompelmo, bergamotto e mostarda di pere è meraviglioso, stregante, e il sorso della serie “piuma e ferro” – teso e allo stesso tempo cremoso, dinamico, sferzante e affumicato, ma con una ricca polpa fruttata e mielata che lo rende dannatamente goloso – ti sconquassa dal primo all’ultimo sorso.

Riffault viene criticato da una parte del mondo enoico per l’atipicità e la scarsa riconoscibilità dei suoi Sancerre, che provengono uve parzialmente o totalmente botritizzate, rimangono sulle bucce per giorni se non mesi, contengono pochissima solforosa e bla bla bla. Io francamente… me ne infischio! Checché ne dicano i fanatici del terroir, il grandissimo vino non è solo quello che rispecchia territorio e varietale nella loro accezione dura e pura, ma anche – e soprattutto – quello che li interpreta in maniera geniale, fuori dai gangheri, scombinando le carte in tavola, facendo venir meno schemini stagni e preconcetti, e coinvolgendoti fino alla fine con quel guizzo d’imprevedibilità, di mutevolezza che foraggia l’emozione vera!

P.S. Il punteggio in questi casi è assolutamente superfluo, ma gli darei 93/100.

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