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Rivetto: quando Barolo e biodinamica s’incontrano accadono grandi cose

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Un’azienda tagliata in due: da un lato Serralunga, comune del Barolo; dall’altro Sinio, avamposto di una Langa “minore”, tagliata fuori da tutte le grandi denominazioni. La linea di confine scorre proprio nel mezzo della cascina, tant’è che la cantina ricade in un comune diverso rispetto alle vigne sottostanti. Già questa prerogativa rende l’azienda della famiglia Rivetto tutta un programma, ma a mettere altro pepe ci pensa Enrico, personaggio istrionico, intraprendente, che una decina d’anni fa ha deciso di buttarsi a capofitto in un progetto che l’ha portato ad essere, nel 2019, il primo produttore biodinamico certificato Demeter di tutta la zona del Barolo e Barbaresco.

Il grand tour del 2021 non poteva cominciare meglio: cullato da una Langa brumosa, nebbiosa, quasi come il viandante sul nulla di Caspar Friedrich, sono andato ad incontrare Enrico con un amico che con lui ha lavorato, e per qualche mese ha soggiornato in questa strana zona di confine, dove vigne uguali da ogni punto di vista hanno sorti diametralmente opposte per via di una dannata linea che le divide, e permette di produrre Barolo da un lato, e semplice Langhe Nebbiolo dall’altro.

Un’occhiata fugace alla vigna mezza innevata, con il castello di Serralunga che si staglia sull’orizzonte, e subito mi rendo conto che questa non è la solita azienda langarola dove tutto gira intorno alla vite: innanzitutto c’è una stalla proprio a ridosso dei vigneti dove soggiornano tre asinelli; e poi, un po’ più in là, la vigna lascia spazio a un laghetto – “c’erano dei cigni, ma sono scappati” – a un frutteto e a coltivazioni di grani antichi. “A un certo punto mi sono reso conto che ero un viticoltore, lavoravo in campagna, ma non avevo idea di come si facesse un orto – spiega Enrico – da questo paradosso è nata l’idea di affiancare altro alla vigna, perché senza biodiversità e senza ciclo chiuso non si va da nessuna parte”.

I Rivetto non sono i classici contadini di Langa: originari di Montaldo Scarampi, paese del Monferrato dove il bisnonno di Enrico gestiva una macelleria, si sono spostati ad Alba subito dopo la prima guerra mondiale. “ La gente a Montaldo Scarampi era così povera che doveva barattare la carne con il vino. E’ così che il mio bisnonno ha cominciato ad accumulare botti, fino a quando gli è venuta l’idea di spostarsi ad Alba e cambiare attività. All’inizio compravamo tutte le uve e le vinificavamo nell’antica cantina nel centro storico. Poi mio nonno, negli anni 30’, ha comprato questa cascina. Non è da tantissimo tempo che produciamo tutto qui: la cantina di Alba l’abbiamo tenuta in attività fino a una decina d’anni fa. Peraltro siamo tra i produttori storici che possono imbottigliare fuori zona. Se così non fosse, dovremmo imbottigliare da un’altra parte, perché la cantina ricade nel comune di Sinio!”

Ci racconta del burrascoso cambiamento generazionale e della svolta decisiva: “ all’inizio litigavo in continuazione con mio padre. Da giovane volevo veramente spaccare le botti e seguire la strada dei modernisti, con il legno piccolo e tutto il resto. Poi, a un certo punto mi sono reso conto che esistono cose invisibili più importanti di quelle che vedi, e che doveva esserci un motivo per cui tutti i nostri antenati, dall’Italia al Giappone, guardavano alla Luna e ne seguivano le fasi in agricoltura. Qualcuno, nell’ultimo mezzo secolo, ha detto che era tutte s*******e, che bisognava seguire il progresso. Il problema è che in questo processo abbiamo rinunciato alla parte empatica, emotiva del vino e della vita. La biodinamica aiuta a recuperarla, e ti entra dentro. Con mio padre ho fatto subito pace: per lui seguire questa filosofia è stato come tornare a quando era bambino.”

Una visione così fuori dai tracciati classici della viticoltura langarola non poteva che tradursi in cantina in una certa smania sperimentalista: “ Dal 2014 faccio due etichette di Langhe Nebbiolo: il primo con affinamento in acciaio e botte grande, che imbottiglio con tappo a vite, e un altro affinato in anfore – o meglio orci – di terracotta che fa una lunghissima macerazione. Per me l’anfora è uno strumento utilissimo che, se ben utilizzato, può dare vita a prodotti fantastici, ma bisogna stare attenti, perché la micro-ossigenazione è molto forte. Per esempio sulla Nas-cetta fare tutta anfora non va bene, perché incide troppo.” L’altro espediente “bizzarro” è il Kaskal, un Metodo Classico da Nebbiolo in purezza che trascorre 60 mesi con i lieviti. Enrico lo produce con le sole punte dei grappoli, raccogliendole a inizio settembre. Questo metodo gli permette anche di ridurre le rese senza fare la potatura verde, che, a suo dire, è un po’ troppo invasiva per il Nebbiolo.

Sul fronte del Barolo, Enrico ha deciso di produrre un’etichetta comunale da tre vigneti diversi, un single-vineyard da una parcella piccolissima nel Cru Briccolina e una riserva aziendale concepita come blend di diverse botti. Il suo approccio alla vinificazione è molto tradizionale: macerazioni lunghe, solo lieviti indigeni, affinamento in botti da 50 ettolitri e niente filtrazione. “ Per me il Briccolina ha veramente la stoffa per essere tra i migliori Cru in assoluto della Langa, ma, purtroppo, è stato monopolizzato per anni da una sola azienda. Noi ne abbiamo 4 are in tutto”. Da un punto di vista stilistico, i vini sono puri e lineari, di certo non modernisti, ma più precisi, meno “foxy” di quelli dei grandi tradizionalisti. I Baroli, in particolare, tendono ad essere più gentili ed espansivi della media, specie il Briccolina, che è tra i più profumati, più raffinati che potete trovare in quel di Serralunga.

Gli assaggi:

Metodo Classico Kaskal 2014

“ Lo so, è uno spumante atipico: fa 13 gradi e mezzo. L’alcol penalizza un po’ il perlage, ma dà più struttura”. Poco importa se è l’effervescenza non è fine e persistente quando si ha di fronte una materia così ricca e stratificata. Kaskal esplode al naso: idromele, pesca gialla e fieno vanno a braccetto con nocciola, luppolo da birra, un tratto balsamico. Il sorso è potente e allo stesso tempo sferzante: il grado in più di alcol arrotonda lo sviluppo molto tonico – è un Brut Nature – e riempe il centro-bocca. Lo avevo già assaggiato all’Osteria della Torre di Cherasco (qui la recensione) e continuo a pensare che sia un grandissimo spumante da pasteggio (con i piatti di terra, soprattutto).

92/100

Barbera d’ Alba Zio Nando 2018

Da vigne giovani poste a un’elevazione abbastanza importante per la Barbera: siamo tra i 350 e i 400 metri. L’annuso e penso che la Langa non conosce mezze vie: oggi è fredda e brumosa; tra pochi mesi sarà assolata, bollente. Il profilo evoca proprio questa dicotomia: il naso è impostato su sensazioni calde di composta di mora e cioccolato amaro, grafite, chiodo di garofano, un tocco d’erbe aromatiche. Il sorso è denso di frutto, avvolgente: in fin dei conti siamo di fronte a un “vinone”, che, però, riesce a reggersi su di un’acidità salvifica e a camuffare il volume alcolico importante (15,5% per la precisione). Non è assolutamente la “Barberina” da sbicchieramento selvaggio, ma ha il suo perché.

91/100

Langhe Nebbiolo 2018

Mai assaggiato prima d’ora un Nebbiolo con tappo a vite, ma so che in parecchi stanno tentando questa via. Sta di fatto che il vino è accattivante e per nulla ridotto: sa di fragola, violetta, liquirizia, con un tocco animale che lo rende più intrigante. Il sorso è succoso ed immediato, scalpitante e delicato nella parte tannica. Un tono floreale ne suggella la chiusura schietta, sbarazzina. Un “piccolino” centratissimo nella sua semplicità.

88/100

Langhe Nebbiolo Vigna Lirano 2018

Aromi di pepe bianco e cipria, creme de cassis e talco, per un Nebbiolo che mantiene i suoi connotati classici anche a fronte della macerazione molto lunga – più di quella di un Barolo – in anfore, dove, poi, rimane per più di un anno. Il tannino è ruggente e il twist animale-terroso tipico di questo genere di vini emerge sul fondo insieme al frutto chiaro, nitido, che prende il sopravvento nel finale disteso, ammaliante.

90/100

Barolo del Comune di Serralunga D’ Alba 2017

Blend delle Broglio, Serra, Manencino: è il mio primo Barolo 2017 e mi lascia assolutamente spiazzato. Non c’è nulla di sovramaturo nel profilo fresco, imperniato su ricordi di mirtillo rosso e melagrana, fungo fresco, pot-pourri, e il sorso per quanto voluminoso, carico di frutto, non manca di acidità e nemmeno di presa tannica. Spero che tutti i Baroli “base” d’annata siano cosi, ma non ci giurerei…

90/100

Barolo Leon Riserva 2015

Miscela “à l’ancienne” delle migliori botti, si divincola con disinvoltura tra creme de cassis e legno di sandalo, cacao in polvere, un’idea boschiva in divenire. A un bouquet molto disteso ed espansivo fa da contraltare una gustativa sanguigna, tipicamente serralunghiana, con un tannino travolgente e una spinta minerale ferrugginosa a prolungare l’allungo terragno-balsamico. Fascino d’antan.

92/100

Barolo Briccolina 2015

Incenso e menta, liquirizia, cola, cosmetici assortiti, ruggine, una traccia boisè in via di integrazione. Tutti aromi gagliardi, fascinosi, che riecheggiano un sorso sinuoso e composto, sostenuto da un ben filigranato e arricchito da ritorni seducenti e molto persistenti di spezie orientali. E’ un Barolo di grandissima stoffa che coniuga la classica potenza di Serralunga con una raffinatezza aromatica inaspettata. E’ godibilissimo adesso – magari in coppia con una bistecca spessa e sanguigna – ma ha tutte le carte in regola per invecchiare egregiamente.

94/100

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