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Summary

Fondato nel 1918, Don Gennaro (Pescara) si presenta come la naturale evoluzione del vinaio d’antan: banco per la mescita di fronte all’ingresso - sempre affollato fino a tarda sera - e alla destra scaffali carichi di bottiglie per tutti i gusti e tutte le tasche.

REVIEW OVERVIEW

Attenzione al cliente
86
Ampiezza della selezione
93
Varietà della selezione
94
Rapporto qualità prezzo
92

Enoteca Don Gennaro

Reading Time: 2 minutes

Città non grandissima, ma neanche piccola, non mondana come quelle della Riviera Adriatica nord, ma nemmeno sonnolenta come il resto dell’Abruzzo, Pescara offre più luoghi dove fare la spesa e/o farsi un bicchiere all’happy hour che ristoranti degni di nota.

I primi che mi vengono in mente sono la storica enoteca D’ Alessandro, la pasticceria Caprice a Pescara Vecchia, il wine bar Bollicine, la macelleria Giammarino e, ovviamente, il locale al quale è dedicato questo pezzo breve: la storica vineria Don Gennaro della famiglia Ciarrocchi, che ha sede a pochi passi dalla stazione ferroviaria e dal corso Vittorio Emanuele, in una zona che negli anni è diventata il cuore della movida cittadina.

Fondato nel 1918, Don Gennaro si presenta come la naturale evoluzione del vinaio d’antan: banco per la mescita di fronte all’ingresso – sempre affollato nell’epoca pre-Covid – e alla destra scaffali carichi di bottiglie per tutti i gusti e tutte le tasche.

La selezione è eclettica, cosmopolita – i pescaresi, a differenza degli abruzzesi di campagna, non sono per niente campanilisti – e annovera al suo interno un mix di grandi classici e chicche semi-sconosciute. Se, per esempio, volete approfondire la vostra conoscenza del panorama “garagista” abruzzese (e in particolare della nicchia biodinamica/naturale), questo è il posto giusto per farlo. È qui, infatti, che ho scoperto i vini funky di Matita, Bevilacqua, Lammidia (che non amo, ma che credo rappresentino un fenomeno rilevante nel contesto regionale) e quelli semplicemente splendidi di Francesco Massetti e Amorotti, rispettivamente vigneron che ha fatto pratica da Emidio Pepe e vicino rinato da poco dei Valentini.

Non mancano, però, nemmeno i “classiconi” delle grandi aziende regionali – es. Inferi di Marramiero, Malandrino di Cataldi Madonna, tutti i Marina Cvetic di Masciarelli – le etichette “comfort” dei big nazionali (Ca’ del Bosco, Ferrari, Banfi, Marchesi di Barolo e via dicendo) e qualche pezzo da novanta di rockstar del “supernaturale” come La Coste, Ca’ del Vent, Marco Merli, Costadilà.

Insomma, Don Gennaro non ha eguali in città – e forse nemmeno in regione – quanto a varietà dell’offerta. I problemi, però, sono essenzialmente tre: l’impossibilità – salvo clamorose botte di fortuna – di trovare parcheggio nelle immediate, l’assenza di tavolini ( bisogna consumare in piedi) e la spavalderia degli habitué, che, nell’estate del COVID, si assembravano davanti al bancone e all’ingresso del locale in barba alle norme sul distanziamento sociale!

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